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Testo introduttivo di Pierpaolo Saporito, Presidente di OCCAM alla V Infopoverty World Conference


Dopo 5 anni dalla prima CONFERENZA MONDIALE INFOPOVERTY, lanciata con il Parlamento Europeo, sotto l’egida delle Nazioni Unite, e l’alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana, possiamo trarre un primo bilancio: introducendo correttamente il fattore ICT nelle strategie di lotta alla povertà, che investono oltre 4,5 miliardi di popolazione, accanto alla promozione di valori etici e filantropici propri dell’ONU, si induce una forte innovazione tecnologica, dovendo far fronte a problematiche inedite per il mondo occidentale (quali ad esempio la mancanza di elettricità e di cablature telefoniche), si stimola la creazione di nuovi prodotti e servizi in grado di servire gli immensi nuovi mercati dei paesi in via di sviluppo e nel contempo di superare l’attuale crisi del settore, dovuta alla saturazione ICT.

Questa visione si sta imponendo presso i principali attori: le organizzazioni intergovernative, i governi e i poteri locali, le ONG, le compagnie private, convergenti nello sforzo di abbattere la povertà e garantire lo sviluppo.

“Rendere la lotta alla povertà profittevole” è lo slogan del noto economista americano Prahalad, nel suo recente saggio “The fortune at the bottom of the pyramid”

Questo implica una rivoluzione epocale nel mondo produttivo, che esce dagli schemi tradizionali del marketing per aprirsi alla intercettazione dei reali bisogni delle comunità e predisporre soluzioni finalizzate al servizio di sempre più ampli strati di popolazione.

La conseguente semplificazione produttiva hardware e software permette una più facile utilizzazione, come pure la ridondante capacità satellitare esistente rende più accessibile la connettività agli esclusi, e progressivamente più redditizi gli investimenti dei relativi provider.

Le nuove concezioni di progettazione spingono a creare prodotti energeticamente autonomi, in grado di supplire al deficit elettrico dei paesi sottosviluppati: i nuovi tool sono matrici in grado di dare origine alle complesse configurazioni di infrastrutture “digitali”, vettori dello sviluppo socioeconomico in aree sprovviste di stabili fonti di energia.

L’introduzione della larga banda wireless, sta aprendo prospettive di servizi fondamentalmente legati alle necessità quotidiane, quali telemedicina, formazione, e-governance, e-commerce, in grado di sviluppare nuovi mestieri e di ottimizzare quelli tradizionali, potenziando fortemente gli assetti comunitari delle comunità più disagiate, il cui stato di povertà è solo l’ultimo stadio di un processo di degradazione le cui origini spesso sono nei nostri modelli di sviluppo ormai obsoleti.

La dimensione digitale, che progressivamente trasforma i vecchi concetti di spazio, tempo, possesso, mercato, gerarchia, moneta, relazioni, conoscenza, trova all’impatto con le miriadi di culture “materiali” che si affacciano alla storia, declinazioni diverse che preludono a forme di civiltà inedite, non necessariamente legate al valore monetario, ma alle conoscenze e competenze di ciascuno.

Questa aurora delle nuove società, di cui il Summit della Società della informazione (e della conoscenza) è in qualche modo portatore, viene vissuta dalla V Conferenza Infopoverty nella sua matrice interna, proprio per il carattere progettuale che la contraddistingue: assemblea di decisori e operatori, sensibili alle responsabilità del fare hic et nunc, nella coralità di una visione che dà voce ai singoli e forza alla comune sfida della lotta alla povertà, quale prima emergenza sottolineata dai Millennium Development Goal, perché oltraggiosa dei diritti umani, e fattore di scandalo per ogni persona.

Questo comune obbiettivo trova qui a Milano nelle due grandi Università della Cattolica e del Politecnico, e nelle prestigiose sedi di lavoro collegate (ONU di New York, UNESCO di Parigi) oltre che nelle sedi “sul campo” (Iraq, Rwanda, Algeria, Navajo Nation, Pechino, Tunisia) la piattaforma operativa ove gli attori principali collimano le proprie strategie quali efficaci strumenti di intervento, in modo che i singoli impegni, posti in sinergia, creino quella massa critica di risorse e competenze atte a garantire, in tempi ristretti, l’affermarsi di processi di sviluppo sostenibile e duraturo.

Pur non nascondendoci che le cause del sottosviluppo nel mondo sono legate a squilibri generati in modo spesso consapevole, siamo convinti che la rivoluzione digitale possa dar vita a processi win-win, non dissimili a quelli prodotti dalla precedenti rivoluzione industriale, che seppe far germinare quegli ideali di progresso, tali da permettere alle vaste masse di diseredati europei - circa l’85% - di accedere alla democrazia e benessere socioeconomico, che è il patrimonio fondante della Nuova Europa.

In questo scenario quale ruolo può giocare l'Italia?

Dopo aver perso tutte le opportunità precedenti e smantellato le unità ICT, producendo un forte deficit del settore, il nostro Paese potrebbe cogliere l'occasione di porsi come fornitore leader di servizi per la larga banda, ormai in fase di decollo.

Un intenso sforzo è tuttavia necessario da parte dei centri di sapere e di competenze, università, Centri di Ricerca & Sviluppo, ospedali, nuclei di eccellenza del design e della moda, e-commerce a sostegno di cluster della piccola e media impresa sull’innovazione energetica (solare invece di batterie), kit per teleporti, applicativi domestici e urbani, integratori di filiere, nodi remoti di assistenza e consulenza, identificatori per logistica, cognitivi per e-government, ecc: una panoplia di innovazioni in grado di inverare nella quotidianità la rivoluzione digitale incombente.

Questo sarà possibile solo attraverso la profonda percezione che le nuove infrastrutture - quali il digitale terrestre e il wireless satellitare, se sapientemente integrati verso i mercati emergenti - offrono non tanto gadget di intrattenimento, quanto reali strumenti di crescita del PIL.

Va quindi superata con slancio la condizione attuale di sostanziale atonia al riguardo, affinchè il vento dello sviluppo possa favorirci e non travolgerci.