PARLAMENTO EUROPEO University of Oklahoma Regional United Nations Information Centre – Brussels Observatory for Cultural and Audiovisual Communication Mediterranean Programme Politecnico di Milano Master Emergenza

V World Infopoverty Conference
May, 12-13 2005

Session: Fighting the Digital Divide as Constraint Factor on Development

Pierachille Lanfranchi

Member of the Board, Anci Lombardia

Signor Presidente, ringrazio dell’invito portando il saluto dell’ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, nell’intento di dare un contributo ed esprimere una vicinanza delle istituzioni locali verso quelle problematiche, che la globalizzazione induce, aumentando il divario tra le nazioni, ma anche nell’interno delle nazioni stesse, attentamente affrontate in questo Convegno.

Il discorso oggi è un grande imperativo morale che sta coinvolgendo l’umanità in questa immensa rivoluzione che è tecnica, ma al tempo stesso è etica. Il che significa portare, diffondere non solo i mezzi di comunicazione di massa nell’era del digitale, metterli a disposizione e offrirli come disponibilità di tutte le realtà sociali politiche mondiali, considerando che i 2/3 dell’umanità è ancora in situazione di precariato di alimentazione, di istruzione, di mancanza di mezzi, di mancanza di mezzi sanitari, di mancanza di mezzi di cultura, di conoscenza, di alfabetizzazione minima.

L’impegno che noi abbiamo è quindi un impegno immenso.

Non si tratta soltanto di una devoluzione, diciamo così, tecnica, nel senso di portare anche lì le fibre ottiche, portiamo anche lì la tecnica, anche lì il computer. Non si tratta di vedere la solidarietà come l’interpretazione unilaterale del bisogno. Ma il modo con il quale capire e mettersi in sintonia con l’altro, come comunicare. Che tipo di democrazia, di sviluppo sostenibile si può costruire. Che aiuto possiamo dare, quale vicinanza possiamo esprimere ai popoli nel rispetto della loro identità? Anche per quanto riguarda i danni della globalizzazione che interessano lo sviluppo umano. Sviluppo che non è in grado di sostenere i valori autoctoni, l’integrità autoctona delle nazioni e dobbiamo renderci conto che con la globalizzazione e il neoliberismo non deriva automaticamente il fatto che si possa raggiungere l’equità, l’uguaglianza.

L’uguaglianza deve essere posta coscientemente al centro delle scelte della politica della persona, come problema globale che coinvolge tutta la comunità. In più devono essere fatti dei passi per assicurarsi che i valori indigeni e ambientali e naturali delle nazioni vengono preservati e valorizzati.

E’ evidente che portare le nuove tecnologie informatiche, portare il computer, portare il mezzo tecnico di per sé è positivo, ma al tempo stesso bisogna riempirlo di contenuti. E se noi oggi abbiamo una grande parte della popolazione mondiale che è ancora assai distante da mezzi comuni, sufficienti, di contatto dei codici di conoscenza, nel senso che non c’è l’alfabetizzazione. Sono maggioranze di persone che sono ancora lontani dai processi elementari di alfabetizzazione.
Nella grande India, dove c’è il gruppo di ingegneri tra i più avanzati del mondo, noi abbiamo ancora il 60% delle donne che sono analfabete.
La grande battaglia che Ghandi vedeva nell’India era proprio la necessità di portare ad un controllo dei codici culturali la gente. La gente deve saper leggere qualsiasi messaggio.
Quindi il problema è facciamogli arrivare il computer. Al Gore diceva “diamo un computer a ogni bambino”. Portiamo la tecnologia digitale a tutta la realtà umana mondiale. Benissimo. Al tempo stesso dobbiamo farci carico del problema di formare le classi dirigenti di questi paesi, perché inizino una campagna di alfabetizzazione culturale fondamentale, a partire dalle scuole.
Quindi, sono le scuole e le università il motore dello sviluppo, che coinvolge i giovani, che coinvolge le famiglie, che li porta ad essere dentro il processo della comunicazione mondiale. E se si è dentro il processo della comunicazione mondiale, quando si è in grado di leggere i codici culturali che vengono proposti, di interpretarli, di introdurli e, allora, lo scambio culturale è efficace. In vista della dimensione mondiale della questione sociale oggi, questo ruolo è esteso così da coinvolgere anche una cooperazione per un nuovo senso di solidarietà internazionale.

Il Comune gioca una parte importante, perché il Comune è una parte dello Stato. Il Comune è il primo punto di riferimento del cittadino, il luogo della solidarietà sociale, il luogo dove si crea lo sviluppo o dove talora si constata la drammatica difficoltà nhel ricercare le condizioni e i mezzi per fronteggiare i bisogni dei consociati, ma è anche il luogo dove sempre si misura la sfida dell’uomo per il cambiamento.
Il Comune può giocare la parte di coinvolgere lo Stato, di stimolare lo Stato a muoversi in una strategia di comunicazione, di rapporti con i paesi cosiddetti poveri, più orgogliosa, più egualitaria, più prioritaria.
Ma al tempo stesso il piccolo Comune può porsi il problema di consorziamento con gli altri Comuni del mondo; quindi con una rete anche orizzontale, per cui si possono costruire reti orizzontali tra i piccoli Comuni italiani, i piccoli Comuni del Ruanda, i piccoli comuni del Brasile, i piccoli comuni dell’India e costruire una rete di conoscenze, di scambi culturali, di incontri tra i giovani, fra le scuole, fra le società.
Quali proposte operative, allora, oltre a garantire l’interoperabilità tra sistemi e la trasparenza dei processi.

L’ANCI partecipa attivamente al gruppo di lavoro costituito dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nello scorso vertice di Ginevra nel 2003, rappresentando le esperienze e le proposte dei Comuni.
Proponendo altresì alcuni casi di eccellenza a livello locale che contribuiscono a rafforzare la posizione italiana in questa delicata e complessa materia.
Questa attenzione e le soluzioni adottate a livello nazionale in ambito di cooperazione per l’evoluzione e l’inclusione dei paesi in via di sviluppo mediante l’utilizzo di nuove tecnologie dell’informazione, sono il fulcro della discussione oggi sul tavolo, i cui risultati saranno parte del piano d’azione internazionale che verrà presentato al vertice di Tunisi nel 2005.

L’ANCI contribuisce in maniera attiva al World Summit of Cities on Information Society di Bilbao 2005 tramite ELANET, la Rete europea che riunisce le Associazioni rappresentative degli Enti locali d’Europa sui temi dell’informatica.
ELANET sta organizzando in collaborazione con la Commissione Europea, la 5a edizione della Conferenza EISCO 2005 a Cracovia “i2010” (eEuropa): “Nuovi orizzonti e nuovi compiti per i Governi Locali e Regionali”. La conferenza si focalizza sulle nuove sfide e compiti dei governi locali e regionali nell’ambito della Società dell’Informazione.

A livello governativo, è stato istituito un fondo per la Solidarietà Digitale che prevede la destinazione, su base volontaria, dell’1% dei contratti del settore pubblico con le società ICT.
Questa iniziativa, lodevole negli intenti, non deve però inserirsi nell’ambito di quelle posizioni spesso suggestive, ma carenti sul piano del Commitment.
Inoltre, sul piano delle proposte, poniamo lo sviluppo di centri di formazione della ICT (Information Communication Technology) perazione con le Nazioni Unite, in sede CIFAL (International Traning Centre for Local Authorities Actors) e lo sviluppo di chioschi presidiati nelle sedi principali delle Amministrazioni Pubbliche locali per l’accesso ai servizi eGovernment.

Proponiamo la creazione di un programma di scambio tra esperti tra amministrazioni pubbliche per la diffusione di buone pratiche di eGov e sviluppo locale, nonché la concertazione con le principali reti europee di un programma di tutoraggio informatico degli enti locali più sviluppati delle realtà estere.

Questo tenendo conto delle priorità per i paesi in via di sviluppo, che secondo noi sono: il controllo pubblico delle infrastrutture, il tema della sicurezza contro l’utilizzo illegale delle ICT, con particolare attenzione ai dati sensibili. Il cammino verso una eParticipation, mettendo in comune risorse e capacity building.

La condivisione e il processo partecipativo a livello locale sono essenziali e dovranno essere adeguati agli obiettivi, affinché l’iniziativa sia realmente efficace.

Il digital divide non è solo una questione sofferta da coloro che sono poveri, o emarginati, o con bassa o nessuna scolarizzazione, o “in luoghi dove non è profittevole portare le infrastrutture digitali”. Il digital divide non è solo una questione che riguarda 1° e 2° mondo verso 3° e 4°. Il problema del digital divide lo abbiamo anche in casa, anche in Italia dove il 25% della popolazione è anziana, e di quel 20% della popolazione che vive nell’80% del territorio che è fatto di 5000 comuni “non profittevolmente cablabili”, la gran parte è proprio popolazione anziana.

Questa fetta importante di concittadini sembra dover soccombere al non risultare “sufficientemente appetibili” alle regole spietate dei consumi, quando invece potrebbe rappresentare, colmato il digital divide, una fetta di cittadini che contribuisce e concorre allo sviluppo. Come primi utilizzatori di servizi innovativi che sfruttano le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, quali quelli derivanti dall’e-government, dalla telemedicina, dalla tele-assistenza, dalla tele-sicurezza e che, in un circolo virtuoso, rappresenterebbero al contempo per lo Stato un modo più efficiente di servire i cittadini, primariamente appunto gli ultimi, i più disagiati.
Una parte di cittadini che per il Paese stesso costituirebbe un volano per contribuire a rimanere al passo in termini di sviluppo dell’economia nazionale, guidando la leadership dell’innovazione.
Questa è la battaglia culturale che abbiamo davanti: diffondere le idee comuni e di farle circolare il più possibile e di portare soprattutto l’umanità ad avere quel cibo mentale e spirituale che è importante quanto il cibo fisico. Potremo capire sempre meglio noi stessi quanto più ci sforzeremo di capire, di amare, di apprezzare tanti altri, anche molto diversi, cercando le radici dell’impegno comune. Avendo fede nella possibilità di cambiare l’attuale stato di cose, fede nella possibilità di collocarsi in una dimensione di speranza umana, sociale e politica, fede nella chance di rendere universale i diritti e la solidarietà: non utopia, dunque, ma un percorso innovativo ed effettivamente praticabile.