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V World Infopoverty Conference
May, 12-13 2005
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Session: New European Roles and Strategies in Fighting Poverty through the ICT
Vittorio Agnoletto European Parliament
IL DONO CHE ESPROPRIA
Il mercato dell’informazione, come è noto, è sostanzialmente monopolio di poche agenzie internazionali che hanno
sede nel nord del mondo. Circa ¾ dell’informazione mondiale parte dal nord del mondo. Questo è un dono
irresistibile che attesta la vitalità straripante delle società ipersviluppate ma asfissia qualsiasi
creatività culturale presso i ricettori passivi dei messaggi.
Il livello più subdolo del meccanismo della nuova denominazione non è tuttavia di tipo prettamente economico.
Molti paesi del nord “regalano” migliaia di ore annuali di spettacoli ed informazioni al sud del mondo. “Il risultato
più evidente, per esempio, è che non c’è una vera e propria produzione audiovisiva africana. Questo
processo porta all’espropriazione di sé; poiché il “gruppo invaso” non può più cogliere se stesso
se non mediante le categorie dell’altro. Ecco qui il punto. Il medesimo risultato lo si ottiene sia nel campo delle
proprietà intellettuali che nel campo di “tecnologizazzione attraverso internet nei confronti dei paesi del sud del
mondo”. Per quanto riguarda la brevettabilità del sapere e quindi le proprietà intellettuali, sarebbero
interessanti da considerare, per capire le linee di tendenza del regime in difesa della proprietà intellettuale, un
documento, voluta dal governo laburista di Blair sul rapporto tra proprietà intellettuale e politiche dello sviluppo
(intellectula Property Rights and development Policy, www. iprcommission.org), frutto dell’attività di una commissione
“indipendente”. Trecento pagine e un algido titolo per un tema però scottante: il copyright e i brevetti possono
aumentare il divario, sociale ed economico, tra il Nord e il Sud del mondo? Nel suo rapporto, la commissione ha ritenuto che
il rischio c’è. E tuttavia, dopo essersi dilungata sui rischi per la stabilità internazionale a causa della
diffusione dell’AIDS, della povertà e delle diseguaglianze tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, propone la
sua ricetta in difesa della proprietà intellettuale. Il copyright, i brevetti e i marchi aziendali sono intoccabili
nel Nord del mondo, perché favoriscono la competizione e lo sviluppo economico. Per il resto del pianeta “si possono
fare delle eccezioni: ma solo di fronte a gravi emergenze umanitarie o quando la soglia della povertà è
oltrepassata”. Chi stabilisce quale essa sia rimane un mistero. Di sicuro non sono paesi interessati. La commissione cita
però spesso il Wto in quanto organismo sovranazionale che ha i suoi compiti proprio la regolamentazione della
proprietà intellettuale. E di dubbi relativi alla trasparenza e democraticità del suo processo decisionale
è oramai piena più di una libreria.
Il risultato ultimo di tutto questo processo, è sicuramente l’eliminazione della differenza, l’omologazione delle
visioni del mondo e di conseguenza l’omologazione segnica: il Sud viene espropriato di sé (della propria visione su di
sé, dei propri criteri di giudizio, della propria visione del mondo) mediante l’incorporazione e l’introiezione
dello sguardo dell’altro su di sé.
L’Occidente finora ha vinto a livello dell’immaginario. Lo sviluppo si basa su un processo di interiorizzazione dello
sguardo dell’altro: la mimesi, il desiderio di essere come l’altro, diventano la legge e il motore dello sviluppo ad essere
una dimensione della sola cultura occidentale. Lo sviluppo è stato ed è l’Occidentalizzazione del mondo nel
mercato mondiale, l’Occidente ha fatto qualcosa di più che modificarne i modi di produzione: ha distrutto il senso
del sistema sociale, cui tali modi erano strettamente connessi”.
Standardizzare l’immaginario appare dunque essere l’obiettivo profondo dei processi di comunicazione nord/sud. Tale
asimmetria (che ben evidenzia come in una comunicazione sia l’aspetto di relazione a classificare il contenuto e non
viceversa, cosicchè il tipo di relazione - fortemente asimmetrica nel caso nord/sud - diviene metacomunicazione e
definisce nella pratica chi conta, chi comanda, chi ha potere... e chi no) giunge al pineo dispiegamento della propria potenza
nel momento in cui il sud “prende la parola”.
L’interiorizzazione standardizzante dell’immaginario dell’Occidente comporta sia la messa ai margini della propria
identità che la presentazione di se secondo i canoni della nuova identità più o meno consapevolmente
assunta. Ciò significa che, lentamente ma inesorabilmente, il sud parla di sé utilizzando come chiave
interpretativa di se stesso gli stereotipi, i giudizi di valori, la visione del mondo, le immagini. La lingua con cui il
nord guarda al sud. E’ come se fosse “parlare di sé con le parole altrui”, poiché dal sud arrivano immagini
che ci rimandano specularmente ciò che il nord ha inviato al sud, i suoi giudizi e le sue interpretazioni del sud.
Lo strumento prioritario con cui si attua l’estraniazione da sé è dunque l’assunzione inconsapevole dei codici
elaborati da altri. Tale assunzione avviene prioritamente con l’uso della tecnologia “importata” e di cui non si possiedono
i codici.
Per moltissimi aspetti, principalmente per le culture occidentali, Internet costituisce sicuramente un mezzo utilissimo. Ma
si pensi, ad esempio, all’Omogeneizzazione culturale o al Mutamento del concetto di sapere e cultura che esso produce.
Questi fenomeni, se sono relativamente “accettati” in una società omogenea quale quella del nord del mondo, provocano
sicuramente un “impoverimento espressivo” nei paesi del sud del mondo. Infatti, un problema reale di Internet è
quello dell’appiattimento delle varie culture della terra in un sistema simbolico omogeneo e di stampo anglosassone che
forma gran parte della cultura di Internet. L’inglese è la lingua franca anche della comunicazione telematica e
buona parte di Internet risiede negli Stati Uniti ed in Canada. Il problema è quello di ricreare on line la ricchezza
di culture diverse esistenti nel mondo reale”.
Così, la rivoluzione informatica ha mutato radicalmente il concetto di “sapere” stesso, e di conseguenza ha introdotto
nuovi criteri di distinzione tra “colti” e “ignoranti”. Provocatoriamente si potrebbe affermare che, ancora una volta,
l’Occidente si sta facendo beffe dei popoli degli altri continenti diffondendo e promuovendo l’alfabetizzazione “tradizionale”
quando ormai essa, se non inutile, certo è insufficiente per una reale partecipazione al mondo della conoscenza
scientifica. Un bambino europeo o americano che ha 4 anni ha già familiarità con il computer e rischia di
essere più colto del ragazzo africano con alle spalle 8/10 anni di scuola “tradizionale”.
Tra le 300 imprese di comunicazione ed informazione al mondo 144 sono americane, 80 europee e 49 giapponesi. Se si escludono
il Brasile, l’India ed il Messico, il sud del mondo è privo di industrie di telecomunicazioni. Del resto l’odierna
mappa di Internet taglia letteralmente fuori la quasi totalità dell’Africa. Assente sulla scena politica, economica e
commerciale, l’Africa è un continente dimenticato anche dal punto di vista delle reti informatiche. Il problema
è, infatti, se ci si pensa bene, che l’Africa “viene detta” ma non dice se stessa. E se dicesse se stessa, lo potrebbe
fare solo se si uniformasse alla lingua e ai codici dominanti. La sua è una posizione di assoluta dipendenza, di
totale asimmetria.
La razionalità tecnica, scientifica, ed economica “spogliano il cittadino e lo Stato nazionale della sovranità,
poiché esse appaiono come un obbligo che non si può far altro che gestire e in alcun caso contestare. Il processo
di progressiva autonomizzazione del tecnico e dell’economico dal sociale svuota quest’ultimo di ogni sostanza. E ciò
vale anche, purtroppo, per l’informazione e per i suoi supporti tecnici.
Ma accanto all’invito a quantificare economicamente la conoscenza e il sapere sociale, c’è un altro attore che avanza
nel mondo. Fuori e dentro lo schermo. Si tratta della cooperazione sociale che punta alla condivisione del sapere. Una
variabile indipendente che scompagina il panorama, sia quando indossa gli abiti, anche sempre più stretti,
dell’”economia sociale” - come è l’open source -, sia quando intraprende la strada del free software o del
mediattivismo. Un attore ribelle che le leggi in difesa della proprietà intellettuale ancora non riescono ad
addomesticare, costituendo così l’ostacolo maggiore proprio a quel regime della proprietà intellettuale che
governi nazionali e organismi sovranazionali vorrebbero instaurare tanto nel nord che nel sud del pianeta.
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